LA GITA SOCIALE AL "BUSO DELLA RANA"
Tratto da "Le Piccole Dolomiti 1999" - CAI VI - aprile
2000
a sua volta tratto dal documento originale del Bollettino CAI VI Anno XVI, II,
pp. 19-21
disegni di ..... (in fase di reperimento del nome dell'autore, ndw)
Articolo di Emilio Pisani nella Vedetta Fascista
del 30 ottobre 1938
Disegni di Renato Gasparella (dai suoi "quaderni di caccia")
Il 16 ottobre 1938 il gruppo speleologico ha effettuato un felice
esperimento di escursione collettiva al "Buso della Rana" che ha permesso
ad una numerosa comitiva di addentrarsi nelle profondità di un mondo
sotterraneo, tanto interessante quanto poco conosciuto. Questa grotta che si
snoda per circa 4 chilometri di gallerie nelle viscere del monte Faedo, presso
Priabona in Comune di Monte di Malo, è certamente una delle più
importanti non solo del Vicentino, ma altresì d'Italia, sia per la sua
lunghezza, sia per le sue bellezze ed è certamente destinata a diventare
una cospicua fonte di studi per la varietà dei fenomeni in essa racchiusi.
Il
Buso della Rana, è costituito da un fiume sotterraneo che si snoda erodendo
continuamente le rocce calcareo-marmose del sito sino a creare gallerie e corridoi
intersecati da grandi cameroni e da lavine. Sul tutto, l'acqua corre e sgocciola
da secoli formando concrezioni bellissime dalle forme più svariate che
la fantasia più sbagliata non riuscirebbe a concepire. Il solo ingresso
conosciuto della grotta è situato ove sfocia il fiume sotterraneo che
quale immenso atrio, ha accolto gli sguardi stupiti degli escursionisti i quali,
hanno iniziato il loro cammino verso l'interno saltando di sasso in sasso nei
più svariati e strani sbibigliamenti da fatica.
Gli amici del Gruppo grotte sono evidentemente i meglio equipaggiati ma essi
hanno cortesemente provveduto anche per gli altri, specialmente per quanto riguarda
la illuminazione. Dopo alcuni corridoi, la comitiva raggiunge il sifone, ora
comodamente accessibile mercé alcuni lavori di scavo recentemente effettuati
dagli speleologi vicentini. Il passaggio viene eseguito strisciando su una sassaia
che porta in una grandiosa sala, nel cui centro troneggia una colossale colonna
stalattitica. Quasi alla base di essa ha inizio il Lago di Caronte, lungo una
ventina di metri e molto profondo, che viene superato con una comoda imbarcazione
di lamiera zincata.
L'opposta riva è in breve raggiunta. Quivi un corridoio molto alto conduce
i gitanti alla Sala del Trivio ove la grotta aprendosi in caverna, si divide
in tre rami.
Il ramo di sinistra finisce quasi subito in un grande ammasso di argilla; quello
di destra, a detta degli amici grottaioli, ha notevole sviluppo. La comitiva
deve continuare così per la galleria centrale che sembra il prolungamento
del corridoio precedente. Il fondo è completamente invaso dall'acqua,
ma un provvidenziale ponticello, fa superare facilmente l'ostacolo, mentre il
vento, ingolfandosi nei punti più stretti si fa sempre più forte.
Questa passerella è purtroppo l'ultima delle opere predisposte dal Gruppo
grotte, l'andare avanti richiederà ora qualche sacrificio. Infatti, il
fondo, divenuto sabbioso, fa ristagnare l'acqua ovunque; molti cominciano a
cambiarsi le scarpe, altri accettano filosofica-mente il fresco pediluvio.
Fra corridoi e sifoni si arriva al Laghetto della Cascata.
Questo,
è un grande cavernone, mezzo invaso dall'acqua, che sembra non abbia
alcuna uscita; soltanto verso l'alto, vi è una apertura dalla quale cade
spruzzando una cascatella. Ci si sta domandando, un po' perplessi,
se bisogna salire fino lassù, quando appaiono gli organizzatori affacendati
attorno a due scale che cercano di unire insieme. Nessun dubbio; essi stanno
preparando una magnifica doccia per tutti i partecipanti che, ormai rassegnati,
guardano i preparativi e gli spruzzi, che cadono abbondantemente da tutte le
parti.
La scala viene appoggiata, bisogna salire. Sopra, c'è il Corridoio delle
Marmitte; è una delle gallerie più strane della grotta ed è
da questo punto che sembra abbia inizio il vero dislivello. Il corridoio tortuoso
si eleva a grandi ripiani, ognuno dei quali forma una cascata. È senza
dubbio molto singolare; l'acqua cadendo rende i ripiani concavi in modo tale,
da dare l'idea di tante marmitte in gradinata. Spesso in alcune di esse, l'acqua
gira su se stessa trasportando sassi il cui moto rende l'escavazione sempre
più profonda e li fa diventare simili a palle di biliardo. Qui gli spruzzi
e gli sgocciolamenti cadono da tutte le parti ed e qui che si incontrano le
prime meraviglie.
Le stalattiti e le stalagmiti agglomerandosi in complessi stupendi, creano paesaggi
fantastici variamente istoriati dall'erosione delle acque. Le rocce, franate
o cedute, sembrano ricoperte da mantelli pietrificati, il cui aspetto irreale
provoca l'ammirazione degli speleologi. Ognuno cerca di esprimere le proprie
impressioni ma non ci riesce; perché impossibile è racchiudere
in poche, aride frasi tante bellezze di cui la natura sembra essere stata in
quel luogo così prodiga.
È così che la mentalità dei gitanti cambia, e si trasforma
sempre più; ormai essi non sono più tali, essi sono preoccupati
soltanto dal desiderio di andare avanti e di vedere uscire dall'ombra, sempre
nuovi spettacoli. Non ci si fa più caso se le mani e le gambe si spelano
e sono continuamente immerse nell'acqua. Il continuo sforzo fisico ha reso le
membra così calde che i piedi hanno acquistato nel posarsi una maggiore
sensibilità; diguazzano allegramente senza più sentire il freddo.
Gli occhi ormai abituati, vedono più facilmente il guizzo delle lampade
gli appigli migliori.
Di
tutte le incredibili bellezze che si incontrano, una delle più interessanti
è la cosiddetta Sala della Vigna, così chiamata, perché
le incrostazioni del soffitto e delle pareti assomigliano stranamente a dei
grappoli d'uva. Qui stalattiti e stalagmiti ce ne sono dappertutto. È
in questi passaggi che gli elmetti di cui siamo provvisti si rivelano veramente
provvidenziali per proteggere le nostre teste dalle punte minacciose pendenti
da ogni parte. A poco a poco il corridoio va sempre più restringendosi;
i cunicoli e le strettoie si fanno sempre più numerosi. Si procede a
stento tutti in fila: bisogna abbassarsi sempre più, finché il
cunicolo è poco più largo della circonferenza del corpo. Bisogna
andare avanti tenacemente a forza di gomiti e di ginocchia, strisciando come
serpenti.
Mentre si sta cercando un mezzo per procedere più celermente, il gruppo
di punta supera le ultime strettoie e sbocca fuori del cunicolo. Viene osservato
giustamente, che a giudicare dalla sonorità delle voci gioiose, la escavazione
raggiunta deve essere assai vasta, e difatti, la grandezza della cavità
supera tutte le aspettative. Questa grotta che è chiamata l'Androne terminale
ha la forma di una immensa cupola gotica la cui volta si perde nell'oscurità.
La parte di sinistra è tutta ricoperta di concrezioni strane simili a
piccoli funghi bianchi. Sulla parete di destra altre concrezioni hanno l'aspetto
di piccoli grappoli d'uva. Lungo la parete di fondo alcuni rigagnoli d'acqua
hanno costruito una specie di manto pietrificato. Ivi sulla bruna roccia si
taglia la targa posta da coloro che per primi sono arrivati fin là. Si
legge tacitamente alla luce delle lampade "Gruppo speleologico del C.A.I.
di Arzignano Anno VI".
Sotto di essa sta la bandiera che i nostri amici grottaioli hanno appeso l'anno
seguente. Essi sono festeggiatissimi mentre la più viva soddisfazione
si legge su tutti i volti.
È la prima volta infatti, che l'androne terminale è raggiunto
da un così numeroso gruppo di persone ed i presenti sono consci che la
giornata odierna rappresenta uno dei momenti più importanti della fortuna
speleologica del Buso della Rana.
Gastone Trevisiol
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